Sì, perché oggi si poggia tutto sull’essere presenti.
A qualsiasi livello, in qualsiasi categoria, in qualsiasi settore, sotto qualsiasi punto di vista.
Ma, essendo il mio campo la fotografia, credo che mi limiterò a questo settore. Sentitevi però liberi di calare questa visione anche nel vostro.
Sì, può sembrare un tono polemico (forse un po’ lo è), ma in realtà è una considerazione che mi lascia l’amaro in bocca. Mi rende triste vedere la fotografia buttarsi giù così.
Anzi no, svendersi così, al prezzo di una presenza.
Ricordo con piacere (e anche con una certa nostalgia) il periodo in cui, trasferitomi a Milano, la fotografia viveva di un solo social (Flickr), ma soprattutto di incontri, aperitivi, eventi, presentazioni, piccole e grandi mostre, scambi e aneddoti.
E c’erano ancora i livelli di competenza.
C’erano i beginners, i fotoamatori, i professionisti, gli autori e c’erano anche i dummies.
Ognuno ricopriva il proprio ruolo, all’interno di un sistema supervisionato da curatori, photo editor, galleristi, organizzazioni e tutto quello che poteva essere definito un «contenitore». Ovviamente, le tipologie sopra citate erano i contenuti.
Ma la cosa più bella, sai qual era?
Che per stare insieme non si parlava di fotografia, perché la fotografia la si faceva da soli.
Le esigenze commerciali e autoriali arrivavano. Si riusciva a confrontarsi con le richieste, si dava spazio alle idee, ai pensieri e alla possibilità di creare tasselli che, in qualche modo, rimanevano.
Sono passati vent’anni da quei momenti. Nel frattempo, in una forma evolutiva (o, se vogliamo, anche involutiva), le cose sono cambiate.
Ci siamo messi al passo con i tempi e, tra una società che cambia e nuove dinamiche di relazione, il prezzo da pagare (non solo economico) è quello di vedere cambiare anche quelle figure, complici, in parte, la presenza sempre più importante dei social network.
Oggi siamo arrivati a una saturazione di figure che non fanno e ti fanno vedere, ma ti dicono come lo fanno (e anche come si fa). Perché, secondo una legge non scritta, se non ci sei, allora non esisti.
Se non posti tutti i giorni non esisti. Se non ci metti la faccia, il tuo valore non è tangibile quanto dovrebbe esserlo la tua produzione.
E da qui a cascata: se non sei presente all’inaugurazione di una mostra, poco importa che tu non riesca a vedere nulla. L’importante è esserci, magari per provare il prosecco offerto dallo sponsor dell’evento, ma soprattutto per fare in modo che il giorno dopo si ricordino di averti, in qualche modo, incontrato.
Ma se glielo fai notare, le risposte sono di due filoni.
Il primo è quello di chi ti dice che non lo fa per presenziare, che per lui è un passatempo, un modo per dare libero sfogo al proprio hobby. Ma soprattutto, lo fa diversamente dagli altri.
Intanto, non passa giorno in cui non posti, non scriva, non faccia video nei quali deve spiegarti perché e per come. Proprio come tutti quanti.
Il secondo filone è quello di chi ti dice che sei tu a non aver capito, che se non ci sei non esisti.
A questa affermazione sarebbe bello chiedere secondo quale criterio. Secondo quale dinamica, se non ci sei, non esisti?
Dopotutto, dovrebbe essere la tua produzione a parlare per te. E dopo, tu!
Instagrammer, content creator, YouTuber, saggisti.
Tutti che hanno qualcosa da dire, da insegnare, da divulgare, perché siamo nell’era in cui la conoscenza la si acquisisce leggendo dei caroselli, dove non è più necessario studiare (e non dico nemmeno «andare a scuola»).
Tutti che si incontrano, producono e fanno a gara a chi posta prima, perché quello fa di te «il primo della classe». Ma poi, se ci parli e ci ragioni, non è così.
Non voglio andare oltre, altrimenti la mia tristezza diventa polemica. Oltre al fatto che qualcuno potrebbe sentirsi chiamato in causa.
(Ma se ti senti chiamato in causa, è perché ci ho preso nel segno).
Fermiamoci un attimo. Tutti quanti.
Facciamoci un’analisi e vediamo se veramente siamo necessari a qualcuno, al punto da dovergli dire cosa fare, come farlo e, soprattutto, quando farlo.
Io, prima di tutti. Nonostante non posti una foto su IG da 58 settimane.
(se ci dovesse essere qualche curioso, la foto di copertina dell’articolo è stata scattata 21 anni fa, era il 2005, ero a Milano da pochi mesi)




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