Fotografare, pubblicare e conoscere i propri diritti
La paura di fare qualcosa di sbagliato, a volte, è più forte della voglia di fare. Specialmente in fotografia, dove per realizzare una buona immagine, oltre alla tecnica, all’occhio e a tutto il resto, serve anche una buona conoscenza delle regole che disciplinano il nostro lavoro. E, in certi casi, anche un po’ di pelo sullo stomaco.
Il pelo sullo stomaco serve per non esitare, per rimanere presenti sulla scena, per non perdere quel momento che magari non si ripeterà. La conoscenza della legge, invece, serve a sapere quali sono i limiti da non superare e a comprendere le conseguenze delle proprie azioni.
Fotogiornalismo, reportage, street photography. Ma non solo. Fotografia di viaggio, ritratto, documentazione del territorio e, più in generale, tutte quelle immagini che raccontano persone, luoghi, situazioni e fatti della vita quotidiana si confrontano con un insieme di norme che tutelano tanto chi realizza le fotografie quanto le persone che ne diventano soggetto.
Il problema è che, quando si parla di fotografia e legge, si tende spesso a cercare una risposta semplice a una domanda che semplice non è: posso fotografare questa persona? Posso pubblicare questa fotografia? Ho bisogno di un’autorizzazione?
Per provare a rispondere, bisogna prima fare un passo indietro.
Prima di tutto: che tipo di fotografia stiamo facendo?
Non tutte le fotografie sono uguali. O, per essere più precisi, non tutte le fotografie ricevono la stessa tutela giuridica.
La Legge 22 aprile 1941, n. 633, che disciplina il diritto d’autore e i diritti connessi, distingue tra opere fotografiche dotate di carattere creativo e fotografie che rientrano nella disciplina delle cosiddette fotografie semplici. Accanto a queste definizioni giuridiche, nella pratica fotografica si parla anche di fotografia documentale, un’espressione che descrive soprattutto la funzione dell’immagine e il suo rapporto con la realtà. Sono tre concetti che vale la pena distinguere, perché vengono spesso confusi.
La fotografia semplice
L’articolo 87 della Legge 633/1941 definisce le fotografie ai fini del relativo capo della legge come immagini di persone, aspetti, elementi o fatti della vita naturale e sociale, ottenute attraverso un processo fotografico o analogo. La disposizione comprende anche le riproduzioni di opere d’arte figurativa e i fotogrammi delle pellicole cinematografiche, mentre esclude, tra le altre, le fotografie di scritti, documenti, carte di affari e disegni tecnici.
È questa la base normativa della categoria comunemente definita fotografia semplice.
Attenzione, però: semplice non significa banale, brutta, priva di valore o realizzata senza competenza. Non è un giudizio estetico e non ha nulla a che vedere con la qualità tecnica dell’immagine.
Una fotografia può essere impeccabile dal punto di vista tecnico, avere una composizione efficace e raccontare qualcosa di interessante, senza necessariamente raggiungere la soglia di creatività richiesta per essere riconosciuta come opera fotografica ai sensi dell’articolo 2, numero 7, della stessa legge. Le fotografie semplici godono comunque di una tutela giuridica specifica, disciplinata dagli articoli 87 e seguenti.
La fotografia artistica
L’articolo 2, numero 7, della Legge 633/1941 riconosce la protezione alle opere fotografiche e a quelle realizzate con procedimento analogo, purché non si tratti di semplici fotografie, nonché alle opere dell’arte cinematografica, nei termini previsti dalla norma.
La differenza sta nel carattere creativo dell’opera.
Non basta, quindi, che una fotografia sia bella, che sia stata esposta in una galleria, che abbia vinto un concorso o che il suo autore si definisca artista. La valutazione riguarda le caratteristiche concrete dell’immagine e l’eventuale presenza di un apporto creativo personale, che può emergere nelle scelte di ripresa, nella composizione, nella luce, nell’inquadratura e nel modo in cui il fotografo interpreta e restituisce la realtà.
Non esiste una formula tecnica che permetta di stabilire automaticamente se una fotografia sia un’opera creativa. Né è sufficiente applicare un determinato procedimento, utilizzare una particolare fotocamera o intervenire pesantemente in postproduzione.
La creatività non coincide con la complessità tecnica, così come la semplicità formale non la esclude.
Una fotografia realizzata in pochi secondi, magari in strada, può avere un carattere creativo. Un’immagine costruita con grande attenzione tecnica può, invece, non presentare i requisiti necessari per essere riconosciuta come opera fotografica. La distinzione ha conseguenze concrete, perché la tutela delle opere fotografiche segue il regime del diritto d’autore, mentre quello delle fotografie semplici è disciplinato dalle disposizioni specifiche della legge.
La fotografia documentale
Qui è necessario chiarire un punto: la fotografia documentale non è una terza categoria giuridica autonoma introdotta dall’articolo 87. È un’espressione che utilizziamo per descrivere una fotografia in relazione alla sua funzione: documentare un fatto, una situazione, un luogo, una persona o un cambiamento.
Pensiamo al fotogiornalismo, alla documentazione sociale, alla fotografia di architettura, a un progetto sul territorio o a un lavoro che racconta le trasformazioni di una comunità.
In questi casi l’immagine non si limita necessariamente a mostrare qualcosa. Può contribuire alla costruzione di una testimonianza, alla conservazione della memoria e alla comprensione di una realtà.
Ma il fatto che una fotografia documenti qualcosa non determina automaticamente il suo inquadramento giuridico. Una fotografia documentale può essere anche un’opera creativa, se ne possiede i requisiti; in altri casi può rientrare nella disciplina delle fotografie semplici.
È importante distinguere la funzione dell’immagine dalla tutela che la legge le riconosce.
E soprattutto, non bisogna confondere il valore documentale con una sorta di autorizzazione generale a fotografare o pubblicare qualsiasi cosa. Anche una fotografia realizzata con finalità di documentazione deve confrontarsi con le norme applicabili, con i diritti delle persone ritratte e con le circostanze in cui viene utilizzata.
In altre parole, la fotografia può avere una funzione artistica, documentale o entrambe, ma la sua qualificazione giuridica richiede una valutazione distinta.
La legge non comincia dalla fotocamera
Chiarita questa distinzione, torniamo alla domanda iniziale: cosa possiamo fotografare e cosa possiamo pubblicare?
Le norme di riferimento sono diverse e devono essere lette nel loro insieme. Non esiste una singola legge che risponda a tutte le domande che possono emergere durante la pratica fotografica.
Il riferimento principale è la Legge 22 aprile 1941, n. 633, sulla protezione del diritto d’autore e dei diritti connessi. Ma entrano in gioco anche il Codice civile, le disposizioni sulla tutela dell’immagine personale e, nei casi pertinenti, la normativa sulla protezione dei dati personali.
Il contesto conta. Conta ciò che viene fotografato, conta chi è riconoscibile, conta il motivo per cui l’immagine viene realizzata e conta soprattutto come e dove viene utilizzata.
Le leggi applicabili, inoltre, dipendono dalla giurisdizione di riferimento. In questo articolo mi concentro sulla normativa italiana, senza pretendere di esaurire ogni possibile situazione.
Il punto di partenza: la Costituzione italiana
L’articolo 21 della Costituzione italiana stabilisce che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
È un principio fondamentale per chi fotografa, perché la fotografia è anche un mezzo attraverso il quale osserviamo, interpretiamo e raccontiamo la realtà.
Il diritto di esprimersi attraverso le immagini, tuttavia, non è illimitato. Deve essere bilanciato con gli altri diritti tutelati dall’ordinamento, tra cui il diritto all’immagine, la riservatezza, l’onore e la reputazione. Da qui nasce una delle questioni più frequenti per chi fotografa in strada: il rapporto tra libertà di documentare e tutela della persona.
Il diritto di cronaca, in particolare, non è un lasciapassare universale. Non significa che chiunque abbia una fotocamera possa fotografare e pubblicare qualsiasi immagine invocando l’interesse pubblico.
La libertà di documentare un fatto e la possibilità di diffondere una fotografia sono questioni collegate, ma non coincidenti. Vanno valutate in relazione alle circostanze concrete e alle norme applicabili.Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.
Fotografare in strada: serve il consenso?
È una delle domande che mi vengono poste più spesso, soprattutto da chi si avvicina alla street photography. Posso fotografare una persona che incontro per strada senza chiederle il permesso?
La risposta non può essere semplicemente sì o no.
La realizzazione di una fotografia in un luogo pubblico non richiede automaticamente il consenso di ogni persona che compare nell’inquadratura. Ma questo non significa che qualsiasi ripresa sia sempre lecita, né che ogni immagine realizzata possa essere pubblicata senza ulteriori verifiche.
Bisogna distinguere il momento della ripresa da quello della diffusione.
Per quanto riguarda la pubblicazione del ritratto, l’articolo 96 della Legge 633/1941 stabilisce, in linea generale, che il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il suo consenso, fatte salve le eccezioni previste dalla legge.
L’articolo 97 contempla alcune di queste eccezioni. Il consenso non è necessario, per esempio, quando la riproduzione è giustificata dalla notorietà della persona, dall’ufficio pubblico ricoperto, da esigenze di giustizia o di polizia, da finalità scientifiche, didattiche o culturali, oppure quando l’immagine è collegata a fatti, avvenimenti o cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico.
Anche in questi casi, però, esistono limiti: la stessa norma esclude che il ritratto possa essere esposto o messo in commercio quando ciò arrechi pregiudizio all’onore, alla reputazione o al decoro della persona ritratta.
Non basta, dunque, che una fotografia sia stata scattata in un luogo pubblico per concludere che la sua pubblicazione sia sempre consentita. E non basta neppure sostenere che una fotografia sia artistica o documentale per considerare automaticamente superati i diritti delle persone coinvolte.
La valutazione dipende dal caso concreto, dalle finalità della diffusione e dalle condizioni previste dalla legge.
E se la persona fotografata non vuole essere pubblicata?
Qui entra in gioco una distinzione che considero importante, anche al di là della stretta interpretazione giuridica.
Da una parte ci sono i diritti e gli obblighi previsti dalla legge. Dall’altra c’è il modo in cui scegliamo di esercitare la nostra pratica fotografica.
Se una persona ci chiede di non pubblicare una sua immagine, la prima cosa da fare è comprendere la situazione e valutare se esistano effettivamente i presupposti giuridici per la diffusione.
Non tutte le richieste comportano automaticamente un obbligo legale di rinunciare alla pubblicazione. Allo stesso modo, non tutte le pubblicazioni sono giustificabili semplicemente perché il fotografo ritiene di avere ragione.
Il contesto è determinante
Una fotografia che documenta un fatto di interesse pubblico pone questioni differenti rispetto a un’immagine che espone una persona senza una ragione pertinente, mettendola in una condizione di vulnerabilità o di possibile pregiudizio.
È qui che la fotografia smette di essere soltanto una questione di inquadratura, luce e momento decisivo. Fotografare significa anche assumersi la responsabilità di quello che si decide di mostrare e del modo in cui lo si fa. La legge definisce un perimetro. L’etica e il buon senso ci aiutano a comprendere come muoverci al suo interno, senza confondere ciò che è consentito con ciò che è necessariamente opportuno.
Diritto d’autore, diritto all’immagine e privacy: non sono la stessa cosa
Quando si parla di fotografia, si tende spesso a mettere tutto nello stesso contenitore: copyright, liberatorie, privacy, consenso.
Sono questioni differenti, che possono però sovrapporsi nella stessa situazione.
Il diritto d’autore tutela l’autore e la sua opera secondo i presupposti stabiliti dalla legge. La disciplina delle fotografie semplici riconosce a sua volta specifici diritti al fotografo, secondo le disposizioni applicabili.
Il diritto all’immagine tutela invece la persona ritratta rispetto all’esposizione, alla riproduzione e alla diffusione della propria immagine, nei termini previsti dall’ordinamento.
La protezione dei dati personali, disciplinata anche dal Regolamento europeo 2016/679, il GDPR, riguarda il trattamento dei dati personali e può entrare in gioco quando una fotografia permette di identificare una persona e viene utilizzata in un contesto rilevante per tale normativa.
Non è quindi corretto affermare che la privacy non abbia nulla a che vedere con la fotografia. È altrettanto scorretto pensare che ogni fotografia di una persona richieda sempre una liberatoria sulla base della sola normativa privacy.
Le regole applicabili dipendono dal contesto, dalle finalità e dalle modalità del trattamento. La pubblicazione a fini giornalistici, culturali o artistici, per esempio, può coinvolgere discipline e deroghe specifiche, che non eliminano automaticamente ogni obbligo o limite.
Il punto è non utilizzare una singola norma come risposta universale a problemi che appartengono a piani giuridici differenti.
Conoscere le regole per fotografare con maggiore consapevolezza
La normativa italiana in materia di fotografia è il risultato di disposizioni stratificate nel tempo, alcune risalenti al 1941 e altre introdotte o modificate successivamente.
Il fatto che la Legge 633/1941 sia nata in un contesto profondamente diverso da quello attuale non significa che sia superata o inutilizzabile. Significa, piuttosto, che deve essere letta nella sua versione vigente e in relazione alle altre norme che regolano la materia.
Internet, i social network, la circolazione globale delle immagini e le nuove modalità di produzione e diffusione dei contenuti hanno reso ancora più importante comprendere come si intrecciano i diversi diritti.
Per orientarsi, i riferimenti principali da cui partire sono:
- Legge 22 aprile 1941, n. 633: diritto d’autore, fotografie e diritto all’immagine.
- Articolo 21 della Costituzione italiana: libertà di manifestazione del pensiero.
- Articolo 10 del Codice civile: abuso dell’immagine altrui.
- Regolamento UE 2016/679 (GDPR): protezione dei dati personali, nei casi in cui sia applicabile.
- Convenzione di Berna: protezione internazionale delle opere letterarie e artistiche.
- Accordo TRIPS: aspetti dei diritti di proprietà intellettuale connessi al commercio internazionale.
Questi riferimenti non costituiscono un elenco esaustivo e non sono intercambiabili. Sono punti di partenza per approfondire la questione specifica che ci interessa.
Per verificare il testo aggiornato della Legge 633/1941, il riferimento istituzionale è Normattiva.
La legge non esaurisce la responsabilità del fotografo
C’è un’ultima questione che mi interessa più di ogni altra.
Conoscere le leggi è importante. Sapere quando possiamo fotografare, quando possiamo pubblicare e quali diritti entrano in gioco è parte integrante della nostra formazione, soprattutto quando lavoriamo con persone e situazioni reali.
Ma la conoscenza giuridica non dovrebbe diventare né un alibi né un motivo per rinunciare a fotografare.
Nella street photography, nel reportage e nella documentazione sociale, il rapporto con la realtà è inevitabilmente complesso. Non sempre possiamo controllare ciò che accade davanti alla fotocamera, e non sempre abbiamo il tempo di analizzare ogni possibile conseguenza prima di premere il pulsante di scatto.
Questo non ci esonera dalla responsabilità. Ci chiede, piuttosto, di sviluppare consapevolezza.
Una fotografia può essere legalmente realizzabile e, allo stesso tempo, sollevare una questione etica. Può avere un valore documentale importante e richiedere comunque attenzione nel momento della pubblicazione. Può raccontare una realtà difficile senza che questo giustifichi automaticamente qualsiasi modalità di rappresentazione.
Per questo, oltre alla conoscenza della legge, credo siano importanti la presenza, la capacità di leggere la situazione, il rispetto per le persone e la disponibilità a interrogarsi sul proprio lavoro.
A volte, anche un sorriso e una conversazione possono evitare che una situazione si trasformi in un conflitto. Altre volte, il fotografo deve saper sostenere la propria posizione, comprendendo le ragioni del proprio agire e le conseguenze delle proprie scelte.
La fotografia non è soltanto ciò che riusciamo a portare a casa. È anche il modo in cui entriamo in relazione con quello che fotografiamo.
E questa relazione non può essere delegata interamente a una legge, a una liberatoria o a un regolamento.
Conoscere le regole ci permette di fotografare con maggiore consapevolezza. Comprendere le responsabilità ci aiuta a decidere che fotografi vogliamo essere.
Nota: questo articolo ha finalità divulgative e non costituisce consulenza legale. La liceità della ripresa e della pubblicazione deve essere valutata in relazione alle circostanze concrete e alla normativa vigente.




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