Se per fotografare devi nasconderti, forse non è la scena il problema!

C’è una cosa che continuo a non capire.
E non è tecnica. Non è stile. Non è nemmeno linguaggio. È proprio un’altra cosa.
Che gusto si prova a fotografare senza essere dentro la scena?

Fare finta di guardare altrove. Tenere la macchina all’altezza della pancia. Scattare senza esporsi.

Ma davvero è questo il punto?

Perché a me sembra più un modo per sottrarsi che per fotografare. E la fotografia di strada, almeno per come la intendo, è esattamente il contrario.
È presenza. È dichiarazione. È assumersi il rischio di esserci.

Altrimenti cosa resta?

Un’immagine presa senza essere mai stati davvero lì.
E non è nemmeno una questione romantica. È molto più concreta.

Se ti nascondi mentre fotografi, ti stai togliendo qualcosa.
Ti stai togliendo il tempo dell’incontro. Ti stai togliendo la possibilità che succeda qualcosa. Stai lavorando per evitare, non per costruire.

E poi c’è l’altro lato. Quello di cui si parla sempre poco.
Chi è dall’altra parte.

A Shanghai, per dieci giorni, sono stato io quello guardato. Quello fotografato.
Costantemente.In modo diretto. Senza chiedere. Senza spiegare.
Fotografato con gli occhi e fotografato con una macchina fotografica. Di continuo, quasi fossi un alieno.

All’inizio è leggero. Quasi curioso. Sorridevo, anche tanto. Poi cambia.
Diventa una condizione. Una presenza costante.
E lì inizi a sentire cosa significa davvero.

Essere dentro l’immagine di qualcun altro senza saperlo.
Senza averlo scelto. Senza poter dire niente. Non è una questione legale. È una questione di posizione. Uno guarda. L’altro no. Uno prende. L’altro subisce.
E questa cosa, se la tieni addosso abbastanza a lungo, lascia un segno.

Allora la domanda torna, ma cambia peso.
Che cosa ci si trova davvero in quel modo di fotografare? Cosa restituisce?
Ma soprattutto: cosa lasciate?

Perché ogni fotografia è anche una traccia di come state al mondo.
E quella traccia resta, anche quando non ci pensate.
Se il modo di fotografare è evitare lo sguardo, evitare il confronto, evitare la relazione… quella cosa si vede. Si sente. E alla lunga, svuota.

Shanghai, questa volta, non mi ha dato immagini. O meglio, non solo.
Mi ha dato una posizione nuova da cui guardare tutto questo.
Per qualche giorno non ero io a decidere. Non ero io a costruire.
Ero dentro lo sguardo degli altri. E una volta che lo provi davvero, diventa difficile tornare indietro come se niente fosse.
E allora incrociare lo sguardo di chi decido di fotografare oggi ha un altro peso.

Non è più solo un gesto. È una responsabilità.

Se per fotografare devi nasconderti, forse non è la scena il problema!

4 risposte a “PENSA A QUANDO SEI DALL’ALTRA PARTE”

  1. Bel punto di vista, non l’avevo mai considerata così!

    1. per quanto io sia normalmente rispettoso nei confronti dei miei soggetti e eticamente attento, questo tipo di riflessione così approfondita non mi è mia capitato di farla.

      poi ci ragiono, penso, ripenso, e rivedo le immagini di alcuni workshop di colleghi dove i partecipanti si accaniscono nei confronti di un soggetto interessante, tutti, insieme.
      ma ci pensiamo? se fossimo noi dalla loro parte?

      o quando ci capitano delle scene interessanti ma non siamo in condizione di essere noi stessi, nascondendoci, facendo di tutto per ottenere quella immagine senza pensare che si può confrontarsi con la scena.

      ecco. questo è quello che mi piacerebbe succedesse.
      mettersi al posto dei soggetti, almeno una volta.

  2. La fotografia è scelta, già dalla decisione di cosa tenere nell’inquadratura e cosa no.In questo senso, è imprescindible dall’interazione dei due attori, quello che fotografa e quello che entra nell’area del sensore.Pensare di starne fuori è, spesso, soltanto il voler restare in un’area sicura per se stessi, il voler negare all’altro attore la possibilità di dire la sua, incluso chiedere di cancellare uno scatto perché non ci si riconosce.

    Il che, poi, è un ottimo allenamento all’avere uno sguardo che valorizzi chi entra nei nostri scatti.Io chiedo, cerco un contatto anche con chi ho fotografato senza che se ne accorgesse e, spesso, ho anche fatto delle belle conoscenze.

    1. non sempre che si avvicina (o chi si avvicina alla fotografia) ha questo tipo di risposta visiva, o quanto meno di urgenza personale.
      di fatto molto spesso l’intento è quello di avere un risultato che sia gradevole alla vista, non esperienziale.
      e pure tutti sono affascinati dagli aneddoti che raccontano i fotografi del passato, ma nessuno si rende conto che l’atto della fotografia è solo la fine del processo del vissuto.

Lascia un commento

In voga