VISIONI Ritratto di una Città – Rai5

È passato qualche anno da quando mi hanno chiesto di affiancare grandi occhi della fotografia nel raccontare Milano con la mia fotografia. Era il 2021.

Una città non si fotografa. Si attraversa.

E mentre la attraversiamo, inevitabilmente, prendiamo posizione. Non serve avere una macchina fotografica in mano. Basta scegliere una strada invece di un’altra, fermarsi davanti a una persona, osservare un palazzo, accorgersi di una periferia, decidere di entrare in un cortile o di continuare a camminare.

La fotografia arriva dopo. È la conseguenza di uno sguardo.

È da questa idea che partirei prima di guardare JPEG – Ritratto di città, la puntata di Visioni dedicata alla fotografia e a Milano. Una puntata che parte da una frase di Roland Barthes — «La fotografia rende presente un evento passato» — per provare a raccontare la storia di una città attraverso le fotografie che ne hanno registrato, interpretato e attraversato le trasformazioni.

Ma attenzione alla parola registrato.

Perché una fotografia non registra mai soltanto. Sceglie.
E proprio per questo una fotografia di città è sempre qualcosa di più di una fotografia di città. Milano è un buon posto per rendersene conto.
Perché Milano cambia velocemente. Cambiano gli edifici, i quartieri, le persone, le attività commerciali, i modi di abitare lo spazio pubblico. Cambiano i flussi, le periferie, i luoghi che diventano improvvisamente centrali e quelli che, invece, smettono di esserlo.
E allora fotografare Milano significa, quasi inevitabilmente, fotografare il cambiamento. Ma significa anche fotografare quello che rimane.

Guardare le immagini di Ernesto Fantozzi, per esempio, significa entrare in una Milano osservata con una particolare attenzione alla vita quotidiana, alle persone, alla strada, a quella dimensione apparentemente ordinaria nella quale una città costruisce la propria identità.

E poi c’è Uliano Lucas, con una Milano osservata attraverso la storia sociale, il lavoro, le persone, le trasformazioni di una città che cambia insieme a chi la abita. La stessa città diventa così una somma di città possibili.

E poi ci sono io. Con la mia non appartenenza a un luogo, ho imparato a fruirlo in molteplici modi. Passo dall’essere turista all’essere emigrante, dall’essere provinciale all’essere fruitore del vortice. Una posizione necessariamente instabile, che mi permette di guardare Milano senza sentirla completamente mia e, allo stesso tempo, senza sentirla completamente estranea.

Una fotografia che, in questo caso, vuole soprattutto documentare lo scorrere del tempo. Ed è proprio qui che, secondo me, vale la pena fermarsi. Non cercare Milano nelle fotografie.

Cerca la Milano di chi ha fotografato.

Perché non esiste una fotografia oggettiva della città. Esiste una fotografia che racconta il rapporto tra chi guarda e ciò che viene guardato. È una differenza enorme. Una strada può essere fotografata come architettura, come paesaggio, come documento sociale, come luogo di passaggio, come spazio umano. Può diventare geometria oppure caos. Può raccontare il lavoro oppure il tempo libero. Può raccontare la ricchezza o la marginalità. Può interessarsi alle persone oppure eliminarle completamente dall’immagine.

La strada è sempre la stessa. La fotografia no.

E questo vale soprattutto quando parliamo di fotografia urbana. Perché la città non è fatta soltanto di edifici. È fatta di gesti. Di incontri. Di distanze. Di corpi. Di rumori. Di attese. Di solitudini. Di persone che attraversano lo spazio senza sapere che, in quel preciso momento, stanno costruendo la fotografia di qualcun altro.
È questo che mi interessa della fotografia di strada: non il fatto che sia una fotografia fatta per strada, ma il fatto che sia una fotografia che nasce da una relazione.

Essere lì. Vedere. Decidere. Assumersi il rischio dello sguardo.

Per questo non credo molto alla fotografia urbana come semplice catalogazione del territorio. Una città non è un inventario di luoghi interessanti. E fotografare una città non significa collezionare angoli belli, situazioni curiose o immagini che funzionano soltanto perché sono graficamente efficaci. La città è un organismo. E fotografarla significa entrarci dentro. A volte anche disturbando quell’equilibrio. Perché ogni volta che fotografiamo qualcuno, qualcosa succede. Anche quando non ce ne accorgiamo. Anche quando pensiamo di essere invisibili. Anche quando ci raccontiamo che la fotografia sia soltanto un gesto tecnico.
Non lo è. È una relazione. E una relazione comporta una responsabilità.

Forse è proprio per questo che il lavoro degli autori diventa interessante se osservato non soltanto per le fotografie che hanno prodotto, ma per il modo in cui hanno scelto di stare dentro Milano. Il documentario dura poco più di mezz’ora, ma prova a fare una cosa ambiziosa: utilizzare la fotografia per raccontare i momenti storici di una città.

Io lo guarderei quindi senza cercare una storia lineare. Guarderei le fotografie. E proverei a chiedermi:

perché questa fotografia è stata fatta?

Non come è stata fatta. Non con quale macchina. Non con quale obiettivo. Non se è tecnicamente perfetta. Ma perché qualcuno, trovandosi davanti a quella situazione, ha sentito la necessità di fermarsi e premere un pulsante.
È lì che comincia davvero la fotografia.
Perché una fotografia può mostrarci una città, ma può anche mostrarci il modo in cui una persona ha imparato a guardarla.

E allora, alla fine, il vero soggetto di JPEG – Ritratto di città forse non è Milano.

Sono gli sguardi che l’hanno attraversata. Fantozzi, Lucas e gli altri fotografi diventano così non semplicemente degli autori che hanno fotografato una città, ma dei testimoni di una cosa molto più difficile da fotografare:
il tempo che passa mentre noi continuiamo a vivere dentro lo stesso luogo.

E forse è proprio questo il motivo per cui una fotografia, anche quando parla di qualcosa che conosciamo benissimo, può ancora sorprenderci.
Perché ci costringe a vedere. Non a riconoscere. A vedere.

Ora vi lascio il link alla puntata di VISIONI. Sta qui, guardatela quando volete. Ma guardatela ricordando quello che avete appena letto!
(clicca sull’immagine!)

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