LA COLLETTIVITÀ DI STRADA


Stavo riflettendo sulla quantità di associazioni e collettivi italiani che fanno parte del mondo della fotografia di strada. Non sono pochi. Ne faccio parte anch’io. Nell’ultimo periodo ho iniziato anche a chiedermi il perché.
Soprattutto perché fino a pochi anni fa non ne esistevano così tanti e quelli esistenti non avevano una forte interazione con il pubblico e con il mondo della fotografia, tanto da farli ricordare per eventi e produzione.

Bisogna fare qualche passo indietro per poterne fare un po’ in avanti. Io sto cominciando da oggi.

La lettura dei contenuti in una fotografia di strada non può essere demandata solo al piacere personale del fruitore, ma ad una condizione di azione/reazione voluta dal fotografo. Il fotografo di strada rappresenta un’azione nella sua immagine, con lo scopo di generare una reazione in chi la guarda.

Ed allora perché, mi sono chiesto, questa volontà di chiudersi in circoli, collettivi, situazioni che accomunano un genere ma che stranamente attaccano solo la fotografia di strada e per altro solo nell’ultimo periodo storico?

È inutile andare a scavare nella storia della fotografia per capire da quando ha iniziato ad avere vita la fotografia di strada. Semplicemente non nasce in questo ultimo periodo dove c’è il fermento di produzione quasi bulimico e sicuramente forzato, di comunicazione.

Ci sono tanti esempi storici di collaborazione tra fotografi, uno su tutti, forse quello più conosciuto è il Gruppo F64. Ma a cosa serviva quel gruppo? A scambiarsi idee, sviluppi, ricerche e pensieri.
La produzione rimaneva individuale (e per diverse tipologie fotografiche) e la partecipazione al gruppo non andava mai ad interferire con la produzione individuale.

Il alcuni casi più recenti, con la nascita di produzioni multimediali, l’interazione tra autori è ben differente: si mettono insieme più autori, con background diversi, realizzando un prodotto completo che va oltre la sola fotografia, oltre il singolo genere. Mi vengono in mente CesuraLab, TerraProject (per rimanere in Italia e non andare molto lontano).

Ma la fotografia di strada non è solo un genere, come dico sempre, ma un modo di essere, di vivere e di affrontare il quotidiano. Anche quando non si fotografa.
Si può essere qualcosa o qualcuno in un contesto di comunicazione unificata in un’altra cosa che nasce individualmente?
Un po’ come frequentare un locale, dove sei riconosciuto, ma sono in quel contesto per quelle ore in cui sei parte attiva.

La fotografia di strada sta cambiando con molta velocità. Ce ne rendiamo conto anche guardando i risultati dei concorsi che virano di contenuto ed evolvono la semplicità delle scene. Il parlarne sta creando qualcosa di buono (ma anche delle produzioni molto scadenti). Negli ambienti fotografici sta iniziando ad imporsi come immagine necessaria.

Hermes con la collezione fall/winter 2015 ha tentato di realizzare una campagna con giochi di luci ed ombre in geometrie, Magnum Agency (è un caso che la campagna Hermes di cui ho parlato prima sia stata realizzata da Harry Gruyaert, fotografo di Magnum?) ha iniziato il primo processo di introduzione nel suo pool il fotografo di strada Matt Stuart, uno dei più bravi fotografi di strada contemporanei. Per non parlare di IED (Istituto Europeo di Design) che da quest’anno. per primo, introduce un modulo di fotografia di strada applicata al branding nel programma annuale didattico.
Guardando le graduatorie degli ultimi concorsi ci si rende conto che il linguaggio ed il contenuto stesso delle immagini sta prendendo una via differente dai classici contenuti ai quali siamo abituati e ispirati fino ad oggi.

Rimane un’ultima la domanda che mi sto ponendo da un po’ di tempo: perché sentire l’esigenza di mettersi in collettivi?
Sarà forse anche questo il motivo? Il cambiamento dei contenuti cambia anche il modo di affrontarlo?

Se diamo un occhio a quello che succede oltre le Alpi i contenitori di street photography organizzati in collettivi non sono tanti, oltre a non avere una struttura di vero e proprio collettivo, così come la intendiamo noi in Italia.
Collaborano ma vivono la propria vita produttiva individualmente, non calcando mai la mano sulla loro appartenenza ad un gruppo.
Fanno parte di un gruppo terapeutico di alcolisti anonimi, dove ci si racconta le proprie esperienze con l’alcol una volta a settimana tutti in circolo, ma il resto del tempo si lotta da soli facendo leva sulle riunioni, cercando di trarne beneficio per non ricaderci.

Il primo collettivo di fotografi di strada è stato in-public, dove troviamo la fucina dei migliori fotografi di strada contemporanei, con i loro linguaggi variegati, le loro vite fotografiche separate, la loro unione per scambio ed eventi che danno più forza al genere.

Il Italia il primo collettivo di strada fu il Gruppo Mignon, che con la sua raccolta di dati storici ed eventi (presenti molto più massivamente negli ultimi anni) danno il giusto lustro alla fotografia di strada.

La summa dei collettivi italiani supera per numero (attualmente 8) la quantità del resto del mondo (del mondo, non lo so, ma d’Europa di sicuro) e già alle porte ce ne sono altri che stanno per nascere. Servono? Se ne sente l’esigenza?
Forse si. Forse in realtà può essere una strada, come quella intrapresa anche da me. Ma se mi sto ponendo la domanda oggi è perché, forse, questa esigenza inizia a scricchiolare.

Non mancherà a breve anche un festival di street photography tutto made in Italy. Oramai oltre Miami ce ne sono tanti altri. L’ultimo nato è quello di Bruxelles (ma ci sono eventi molto meno strutturati, ma seguiti, come il London Street Photography Symposium) e già vanta nomi importanti per i seminari e workshop che ne costituiscono la percentuale più alta di contenuto.

I concorsi? Anche questi molto più presenti e fortificati da un massiccio partecipare con anche immagini di strada che di street non hanno un bel nulla.

Ecco, forse guardando i festival e gli eventi legati alla fotografia di strada quello che vedo molto più fortificato in presenza è la didattica. Si punta molto ai corsi, workshop e seminari. Quasi come se si tratti di un punto di forza che non può mancare. Ma questo, anche in altri ambiti fotografici.

Mi tornano sempre però più in mente le parole di Joel Meyerowitz in una sua intervista, nella quale dichiarava di aver “pedinato” Garry Winogrand e Lee Friedlander quando si trovavano per le vie di Brooklyn per fotografare, separandosi e ritrovandosi ogni tanto per discutere. Soli. Non in gruppo.

Sto cercando ancora la risposta, studiando, guardandomi intorno e producendo. E finché non avrò la risposta, credo che me starò in disparte, tirandomi fuori da qualsiasi iniziativa collettiva. Facendo ovviamente prima fronte agli impegni presi ad oggi.
Ho bisogno di capire fino a che punto un collettivo per la fotografia di strada può essere un punto di forza oppure trasformarsi in un punto debole, tanto debole da generare poi ritorsioni che non giovano ne al singolo, ne alla comunità, ma tantomeno alla fotografia.

Mi piacerebbe però che questo testo facesse sorgere la stessa domanda che mi pongo ai più, a tutti quei fotografi che si avvicinano al genere, quelli che ci stanno dentro da un bel po’, a quelli che fanno parte di collettivi e che possono aiutarmi a capire, ma anche a tutti quelli che non provano nessun interesse per il genere, ma che amano la fotografia. Proprio come me.
Ma sono anche abbastanza cosciente del fatto che non sarà così. Visti anche ultimi episodi personali che mi hanno anche un po’ fatto perdere stima nei confronti di persone.

Forse trovata la risposta si riuscirà a dare una identità tutta nostra a questo genere fotografico che (come scrivo nel testo introduttivo di ISP) storicamente in Italia non ha avuto esponenti con produzione puramente di strada, a differenza di oggi, dove molti autori italiani (validissimi) producono contenuti di qualità e basano la loro produzione su un’identità di strada.

Ci vediamo in strada. Ma d’ora mi ci vedrete da solo.