MARIA BIANCHI NON È DIVERSA DA MARY WHITE


Cosa molto evidente i due nomi sono totalmente inventati, ma il senso del titolo è abbastanza chiaro, potrebbe addirittura contenere tutto il testo di questo post senza necessariamente esporlo. Non credete? Beh l’affermazione qui di seguito rafforza molto il concetto!

I fotografi italiani sono esterofili.

O almeno, lo sono in parte!

C’è sempre qualcosa di bello e di più interessante da raccontare dall’altra parte del mondo. Come sicuramente c’è qualcosa di incantevole e magico da vedere dall’altra parte dell’Oceano. Più la storia è lontana, più la storia è bella.
Ma cosa c’è di diverso tra Mary White che vive in una condizione di violenza domestica da portare alla luce e Maria Bianchi che tutte le sere viene picchiata dal marito continuando a non denunciarlo?

Ve lo dico io: NULLA.

Ma la storia di Mary per il fotografo italiano è più interessante da raccontare, per gli editori italiani fa vendere più giornali, per i galleristi italiani i muri sono più belli con la sua storia. Questo non succede solo nelle storie di approfondimento o di giornalismo d’assalto. Succede in tutti i campi. Per non parlare poi del titolo ai lavori.

E poi c’è un fattore determinante: la paura degli editori italiani di rischiare. Di raccontare una storia mettendosi in gioco se non è stata già avanzata dalla stampa estera facendo da scudo e mettendo tutti con i loro culi sulle sedie in confort zone.

Un altro esempio? Perché il pappagallo della Papua Nuova Guinea (non so se esiste) in via di estinzione è più interessante da fotografare e da pubblicare sul national Geographic Italia, del Gallo Mericanel della Brianza (questo invece esiste), anch’esso in estinzione (e lo è veramente)? E potrei continuare per pagine e pagine a fare esempi.

Questa volontà di raccontare storie di altri luoghi mentre intanto l’Italia non la racconta più nessuno. I luoghi, la gente, le storie. Cosa fa essere più affascinante una storia estera da una storia italiana? Perché un viaggio fatto in America è più bello della scoperta di luoghi che tutti ci invidiano?

Perché chi ha le redini della fotografia oggi non spinge gli autori a ricercare storie in Italia, invece di annuire sulle miriadi di foto sull’India? Ma non vi siete stancati di cercare a tutti i costi di raccontare una condizione che tra l’altro non conoscete nemmeno?

Se ne vedono pochissime di storie nostrane e quelle poche sono timide. E so già che qualcuno leggendo questo post sta già borbottando “ma io l’ho fatto”. A quel borbottatore vorrei controbattere con un sonoro “non è abbastanza”, perché se lo hai fatto, hai comunque raccontato una storia italiana e mille che vengono da altre parti del mondo!!!
E poi in che modo lo hai fatto? Raccontando le processioni cristiane a pasqua, le spiagge affollate ad agosto, la cena degli ultimi a natale?
Quindi tranquillamente ogni anno queste storie si potrebbero riciclare, così come le piccole biblioteche d provincia nel giorno della memoria, fanno esporre al fotografo locale le immagini di Auschwitz che ha realizzato durante una visita guidata.

E non mi venite a dire che Scianna ha fatto, Basilico ha fatto, Ghirri ha fatto, oppure tanti altri autori del loro periodo, perché loro lo hanno fatto con continuità, con la voglia di raccontare i loro luoghi, le loro storie, mentre i giovani autori non vogliono solo andare all’estero per cercare fortuna, vogliono anche raccontare le storie estere perché sono più belle. ma agli occhi di chi?

Ricordo quando nel 2015 (per non andare molto lontano a scavare nei ricordi) c’è stato il terremoto in Nepal (25 aprile 2015). Ho visto partire tantissimi colleghi, dove oramai la notizia era già fredda e dove l’incidenza di fotografi era superiore al numero di volontari presenti sul posto per aiutare nelle ricerche.
Mi chiedo ancora cosa abbia spinto tanti fotoreporter a partire nell’immediato, che immediato non era più. E cosa gli abbia fatto supporre di avere una storia differente da altre, senza nemmeno aver mai conosciuto un nepalese.

Mi piacerebbe che queste domande se le ponessero i miei colleghi, chi fa il bello e cattivo tempo nella fotografia italiana e forse sarebbe opportuno che se le ponessero anche quelle miriadi di insegnanti che nella loro corsa verso l’educazione all’immagine facessero percepire l’importanza di raccontare storie nostre ai propri allievi.

E mi piacerebbe leggerne le risposte.
Ma forse le domande non ve le siete mai nemmeno poste. O ancora meglio la risposta la sapete ma non avete il coraggio di ammetterlo, per prima a voi stessi.