LA VITA DELLA FOTOGRAFIA DURANTE IL LOCKDOWN


Con il lockdown, la pandemia, il coronavirus e tutto il resto, la fotografia cosa c’entra?
C’entra, c’entra! La fotografia c’entra sempre!

Abbiamo iniziato questa esperienza mondiale (in tutti i sensi) in sordina, senza ben renderci conto dell’entità della cosa. Per quanto se ne dica, nessuno si aspettava di trovarsi a contatto con se stesso, né la mancanza totale di rapporti sociali, con cari, parenti, e neppure persino toccare dentro una persona con il braccio per strada.
Due mesi pieni rinchiusi in casa, con la paura di confrontarsi con questo nemico invisibile, cercando di evitare qualsiasi contatto con l’esterno, anche sacrificando i generi di prima necessità.

Ma diciamocela tutta. Tutto sommato siamo stati in una gabbia dorata.
Immaginate i nostri avi quando hanno vissuto situazioni analoghe.
Senza contatti, telefono, radio, tv, internet, senza nulla se non quelle poche cose che riuscivano a regolare e scandire il passaggio del tempo. Questo “giorno della marmotta” che in qualche modo noi fortunatamente siamo riusciti a rendere sempre più variegato.

Abbiamo riscoperto il piacere di fare le cose, abbiamo trovato il tempo di rimetterci in pista con le nostre mancanze quotidiane, tirando le somme e capendo che tutto sommato stavamo correndo tanto, tanto da perderci dei pezzi per strada, tanto da mancare dei traguardi superandoli senza rendercene conto, ma sappiamo anche bene che alla fine era una corsa sul posto.

Ci siamo ripresi in nostri spazi, come la natura ha fatto con i suoi, meravigliandoci di vedere colonie di paperotti per le vie delle città e volpi attraversare sulle strisce pedonali.
Quando ci siamo resi conto che avevamo un mondo a portata di quattro mura?
Semplicemente quando ci hanno obbligati a rimanerci dentro, quando i nostri “basta non ce la faccio più, devo uscire!” non potevano trovare riscontro.
Quello che poi alla fine ci siamo creati anche con un po’ di gusto, nello scegliere lampade, mobili, cuscini colorati e colori vivaci alle pareti. Cornici per fotografie che non erano solo il frutto di un arredamento, ma del piacere di rimanere in contatto con le immagini e anche per dimostrare che questo mantra “se non stampi le tue fotografie moriranno” ci ha un po’ rotto le palle!

Ma arriviamo al punto secondo me fondamentale: la comunità virtuale che si prende i suoi spazi, la sua rivincita.
I social network iniziano ad acquisire una importanza diversa, si riesce a rimanere in contatto con amici, parenti ed affini con una consapevolezza diversa. Ogni messaggio inviato non è più fugace, viene pensato e anche le virgole sono misurate, perché la distanza acquista un senso.

Le piattaforme di comunicazione iniziano a cercare situazioni che non avevano tenuto in considerazione (tempi di connessione, tipologia di supporti, live streaming da ricondividere su più fronti) e nascono anche nuovi plug-in come funghi che permettono di amplificare tutto questo all’ennesimo della potenza.
“Ehi! Per ricondividere su youtube mentre sei live su facebook e proietti su un network cosa usi?”.
Tutti esperti e automaticamente anche operatori video e registi inconsapevoli di contenuti che rimarranno nella rete per sempre.

E la fotografia? La fotografia ha avuto bisogno di prendersi il suo posto in questo mare di dirette, condivisioni, progetti fotografici e presenza nel digitale.
No si può rimanere senza immagini, ma soprattutto quello che doveva nascere a breve aveva bisogno di rimanere in vita. Sì, perché da Marzo in poi una serie di eventi a catena avrebbe visto rinascere la stagione della fotografia.
Mostre, eventi, conferenze, festival, viaggi fotografici, organizzazioni. Tutto era fermo e non poteva muoversi. Non si poteva buttare tutto all’aria.

E’ così iniziato un movimento di scambi, dirette, presenze, che ha messo in moto la macchina della fotografia su tutti i fronti.
A qualsiasi ora del giorno e della notte, a qualsiasi livello, dal fotoamatore dell’ultima ora al nome altisonante. Redazioni, gallerie, fotoclub, associazioni, collettivi, brand, store, un movimento che ha addirittura creato nuove realtà appositamente per la quarantena.
Microfestival di fotografia, cicli di lectio magistralis, proiezioni selvagge, spedizione di cartoline reali e virtuali, tutto quanto potesse mettere in moto la macchina della creatività per tenere vivo l’interesse sull’arte che più di tutte oggi è linguaggio.

Vogliamo parlare dei progetti fotografici? Sì, è pure vero che la parola “progetto” inflazionata può essere messa un attimo da parte e si potrebbe parlare di serie fotografiche.
Fatto sta che, oltre al culo che si sono fatti i fotogiornalisti per portare ovunque la cruda realtà che stavano vivendo pazienti, dottori, ospedali, croce rossa, forze dell’ordine, protezione civile e tutti quanto lottavano veramente con il virus, oltre a miriade di città deserte fotografate da qualsiasi angolazione ed orario, è nata una affannata corsa al raccontare quello che succedeva dentro le mura domestiche.

E poi ci sono gli aiuti. Quella che è stata considerata la vera forza della fotografia in questa situazione. Sono d’accordo, ma in parte. La fotografia ha fatto tanto altro ancora.
Raccolte fondi con vendite di stampe fotografiche, che hanno visto coinvolti fotografi di qualsiasi livello di pregio unificandoli e rendendoli tutti uguali.
Iniziative lodevoli che fioccavano giorno dopo giorno e che ancora oggi hanno qualche strascico, di chi ha messo più tempo nell’organizzazione, oppure semplicemente perché crede che gli aiuti sono sempre validi. Ed in questo probabilmente concordo molto volentieri.

Ora che la vita sta riprendendo in qualche modo il suo corso, lentamente, ma comunque va avanti, mi piacerebbe fare il punto su quanto la fotografia ci abbia lasciato in eredità da questo periodo.

Guardarci dentro, guardaci intorno, guardare gli altri.
Un’analisi più approfondita del nostro spazio e del nostro tempo. Un modo per capire chi e cosa abbiamo di fronte, ora che ancora non possiamo abbracciarci e guardiamo con diffidenza chi non conosciamo, il nostro vicino di contatto (per quanto la distanza sociale sia applicata, non nella sua interezza) e quanti non abbiano avuto contatti con noi, nemmeno telematici.
Una fotografia riflessiva, una fotografia più ragionata, a qualsiasi livello e tipologia.
I ritratti sono quasi tutti diventati autoritratti, il che non guasta. Se impari a guardare te stesso, di sicuro vedrai con un occhio diverso gli altri.
Gli spazi urbani sono diventati tutti composti perfettamente e l’estetica ha lasciato spazio al contenuto, dove la narrazione anche nel paesaggio urbano ha sentito l’esigenza di dire la sua.
Anche la fotografia di strada ha iniziato a riavere qualche barlume di contenuto ed i suoi giochini funambolici di esercitazione di stile stanno finalmente cedendo il posto alle storie.

Parlare da soli, parlare di fotografia, parlare con gli altri.
E’ stato forse il momento più intenso di tutti, dove la fotografia si è livellata e i grandi hanno interagito con i piccoli, mettendosi in gioco in prima persona, come si dice oggi “mettendoci la faccia”.
Abbiamo ascoltato dalla voce dei diretti interessati, storie, opinioni, punti di vista, tecnicismi, esperienze, ed abbiamo potuto chiedere, senza aver paura di non ricevere risposte, perché era tutto in diretta, dove chi è stato un mentore non poteva esimersi se era presente in prima persona.
Il supporto di brand, professionisti ed altre figure che hanno creato webinar, corsi online, lezioni gratuite e che in qualche modo hanno dato la possibilità a tutti di imparare qualcosa in più.
Forse c’è solo un pericolo in tutto questo, che da domani qualcuno si aspetti che sia dovuto continuare questo ritmo e questo tipo di interventi, in forma gratuita, perdendo di vista una cosa fondamentale, che “il fotografo” è un mestiere e in quanto tale va remunerato.

Mi piace pensare che questo periodo di fotografia intensa possa lasciare qualcosa di positivo e costruttivo nel nostro mondo.
Il pensiero che si sia capita l’importanza dell’immagine, di una visione personale, che è alimentata dalla cultura, dallo scambio, dai rapporti, dei viaggi.

Mi piace pensare che da domani ci renderemo conto che il digitale ci ha aiutati ad essere meno soli e che i social network almeno per una volta (ma secondo me anche di più) sono stati utili. Che ci hanno tenuti attivi, che hanno cerato confronti e che hanno alimentato la voglia di produrre più consapevolmente.

Voglio pensare che qualcosa di quanto sia nato freneticamente rimarrà, con la realizzazione di eventi che ci riportino ad avere rapporti reali, ma utilizzando la tecnologia, credendo nella forza dell’uomo e nelle potenzialità di quanto ha creato fino ad oggi, magari sviluppando qualcosa in più.

Di certo fare tesoro della nostra esperienza e tenere alcune cose, migliorandole, continuando ad essere “connessi” tra di noi, facendo un grande network globale della fotografia, potrà solo aiutarla a riposizionarsi anche nei confronti di chi pensa che la fotografia sia una cosa semplice e che possono fare tutti al posto nostro, ottenendo gli stessi risultati.

Spero allo stesso tempo che tutto questo fermento abbia fatto capire a chi si avvicina alla fotografia (o chi ci sta dentro da anni) che parlare di fotografia non è parlare di attrezzature, che sono solo il frutto di elucubrazioni totalmente inutili.
Come spero che i brand abbiano capito che per vendere attrezzature fotografiche bisogna parlare di fotografia (quella vera) e non di numeri e dati tecnici. Perché nessuno dei grandi in tre mesi ha fatto menzione una sola volta di uno solamente di quei dati.
Più si fa cultura e più si entra in sintonia con il carattere dominante della fotografia. Più si entra in sintonia con questo carattere e più sarà facile far arrivare clienti ai propri prodotti.

Sono sicuro che tutto il prodotto di questi ultimi tre mesi abbia alimentato positivamente e costruttivamente il mondo della fotografia (e non solo) e che ognuno di noi farà tesoro degli insegnamenti acquisiti da chiunque abbia contribuito a questa grandissima enciclopedia globale.

 

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